tombstone

pietre tombali ... si chiamano così fra i finanzieri che contano (quelli senza fiammella gialla) i "ricordini" distribuiti alla conclusione di un importante affare o di una convention. Uso ancora - per andare ad asparagi - il bastone che il capo dei Nasi Rossi distribuì in tremila esemplari ai "suoi ragazzi" per celebrare la pubblicità del cerchio nella sabbia ...
Una di queste lapidi sta inguaiando il "piezzo 'e Core" del Papa della Campania:
Claudio Gatti per "Il Sole 24 Ore"
È prassi nel mondo dell'alta finanza che alla chiusura di un'importante operazione i protagonisti ricevano un certificato o un gadget commemorativo. E così è stato anche nel giugno 2005 con il completamento dell'emissione obbligazionaria del Comune di Milano. Un'operazione da oltre 1,6 miliardi di euro che non poteva non generare un attestato di riconoscimento per il lavoro svolto.
Non era però previsto che le motivazioni di tale certificato celebrativo fossero rese pubbliche. Come del resto non era previsto che la Procura di Milano accusasse di illecito amministrativo le quattro banche che avevano fatto da "arranger" di quel bond - JP Morgan Chase, Ubs, Deutsche Bank e Depfa -assieme a dodici loro funzionari e due dirigenti del Comune, accusati di truffa aggravata per aver contribuito a generare profitti illeciti per le banche di oltre 100 milioni di euro.
Gaetano bassolino
Invece così è stato, e ieri il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha depositato il documento di chiusura dell'indagine. Con esso sono stati messi a disposizione dei legali delle parti svariati altri documenti. Uno di questi è il verbale dell'interrogatorio di uno degli indagati, Giorgio Porta, l'ex direttore generale del Comune di Milano.In coda al verbale sono riprodotti i certificati commemorativi dell'operazione.
Il Sole-24 Ore ne ha ottenuto il testo. Cominciamo dal certificato dello stesso Porta. L'intestazione recita: Regno delle Quattro Banche. E continua: «Regolamento degli Arrangiatori, Art. 27: All'ordine " Facite Ammuina", tutti chilli che stanno a prora, vann'a poppa e chilli che sta poppa vann'a prora; chilli che stann'a dritta vann'a sinistra e chilli che stann'a sinistra vann'a dritta, chi nun tiene nient'affa, s'aremeni a'cca e a'lla».
Dopodiché segue la "Motivazione dell'onorificenza": «Per aver deciso nel Suo lontano e impervio rifugio& di profetizzare: "Sia il Bond". E il Bond fu"». Per questo l'onorificenza veniva assegnata a «il faccendiere Giorgio Porta, detto il Supremo, nominato sul campo membro honoris causae in Facite Ammuina dei Ragazzi della Via Bond».
Dal testo verbale si legge che nel corso dell'interrogatorio, Porta li aveva definiti documenti «chiaramente di tono scherzoso ». Ma viste le accuse mosse a lui e ai "ragazzi della Via Bond", quelle carte assumono un significato certamente più pregnante.
Merita di essere riportata anche la motivazione offerta per l'onorificenza al "faccendiere"Gaetano Bassolino, funzionario di Ubs e figlio del governatore della Campania, anche lui indagato: «Per l'esemplare comportamento durante le concitate fasi dei Gruppi di Lavoro, sprezzante del pericolo e del rischio evidenziati dai numerosi Uffici legali& per poi esplodere nella fase finale dell'operazione.. elaborando il "manuale Bassolino" su come allocare i titoli e vivere felici».
Secondo l'accusa, i "ragazzi della Via Bond", assieme a Porta e a Mauro Mauri, all'epoca consulente finanziario del sindaco Gabriele Albertini e componente esterno della Commissione tecnica comunale preposta alla valutazione del prestito obbligazionario, avrebbero concorso nella stipulazione di contratti di ristrutturazione del debito, senza che in realtà ne sussistesse la convenienza economica. E quindi in violazione della normativa. Le banche d'affari non avrebbero inoltre riconosciuto al Comune la tutela che gli spettava in base alla legge inglese che regolamentava quei contratti.
Gli istituti negano ogni addebito. «Siamo fiduciosi del fatto che la solidità della nostra posizione legale verrà provata nel corso del procedimento giudiziario», ha comunicato ieri JPMorgan Chase. «E riteniamo che i nostri dipendenti coinvolti nelle transazioni abbiano agito con il massimo grado di professionalità e in modo del tutto appropriato». Dichiarazione condivisa in pieno da Deutsche Bank.

La Parmalat di Enrico Bondi dovrà risarcire 184 mila euro a una delle più improbabili vittime del crac di Collecchio: Stefano Tanzi. Il tribunale del capoluogo emiliano ha inserito l´ex manager del gruppo nell´elenco dei creditori privilegiati dell´azienda. Poco importa che il figlio di Calisto abbia patteggiato una condanna di 4 anni e 10 mesi nel processo per la bancarotta e sia stato condannato a 720 ore di lavori socialmente utili in Svizzera.
Il tfr relativo agli anni in cui ha così proficuamente lavorato in Parmalat - dando una mano decisiva ad aprire la voragine da 14 miliardi che ha travolto la società di famiglia e oltre 100 mila risparmiatori - gli va riconosciuto lo stesso, hanno stabilito i giudici. Come era già successo, del resto, per Fausto Tonna. Gli ex soci attendono con rassegnazione di sapere quanto devono di buonuscita a Calisto.
Luigi Zunino si e' dimesso e a breve e' atteso un rimpasto al vertice del gruppo immobiliare Risanamento. Non si esclude che la guida venga affidata al banchiere Salvatore Mancuso ex numero uno del Banco di Sicilia. Il gruppo e' impegnato a respingere le accuse della magistratura milanese: i pm hanno avanzato la dichiarazione di fallimento e Zunino, indagato insieme ad altre due persone per bancarotta, deve trovare un accordo con le banche entro il 29 luglio.
BANKSTER
Ossia Gangster Bancario
___________________________ABSTRACT: 1 - IMBERT (JP MORGAN) E LE SPINE DI SARAS. ORA E' ANCHE INDAGATO...
"A fine aprile la società annuncerà lo sbarco in Borsa di SARAS, attraverso la cessione del 38 per cento del capitale, con una valutazione tra 4,7 e 5,8 miliardi, corrispondente a un prezzo per azione tra 5,25 e 6,5 euro: un bel salto rispetto alle valutazioni immaginate dal mercato all'inizio dell'anno. La società spiegherà che il valore è stato stabilito sulla base delle richieste avanzate dagli investitori istituzionali durante il road show internazionale: le prenotazioni sui titoli si erano rivelate superiori all'offerta.
E in effetti, quando si conclude la fase di offerta pubblica di vendita, la richiesta di azioni supera di quattro volte l'offerta. Ma quando il titolo sbarca a piazza Affari, il 18 maggio, subisce un tracollo: il primo giorno di contrattazioni chiude con una flessione del 13 per cento. È solo l'inizio di una fase discendente che andrà avanti per mesi [...]
Non farà lo stesso la procura di Milano, che manderà la Guardia di Finanza a perquisire gli uffici di J.P. Morgan e Caboto. All'inizio del 2007 si diffonde la notizia dell'apertura di un'inchiesta penale. [...]In particolare, il nostro viene menzionato in una serie di mail sequestrate dai finanzieri ed esaminate dal perito.
Si racconta nell'articolo, riportando il contenuto della corrispondenza: è vitale che davanti al prezzo ci sia un 6», scriveva il numero uno di J.P. Morgan, Federico Imbert, a un suo collega, mentre il bookbuilding attraversava una fase critica. J.P. Morgan, oltre alle commissioni per il collocamento, otterrà, cosa taciuta nel prospetto, anche il mandato dalla famiglia Moratti per gestire attraverso la sua filiale di private banking, i lauti proventi della quotazione.
Un altro banchiere di J.P. Morgan, Emilio R. Saracho (probabilmente del private banking) svela in una email un ulteriore dettaglio: «Devi essere al corrente del fatto che abbiamo ottenuto 1,6 miliardi di euro, cioè da entrambi i fratelli, ma uno dei due deve ripagare 500 milioni di debiti, e così quella parte non la vedremo per lungo tempo».
Sempre Imbert, il 14 marzo 2006, alza il sipario sui presunti interessi di Banca Intesa: «Parlato a lungo con Miccichè di Intesa. È contento del lavoro fatto insieme su SARAS e Intercos. È personalmente a disposizione per stimolare forza vendita specialmente su SARAS. Chiede di informarlo se vediamo problemi o sgranature.
Tiene ovviamente molto al successo data l'esposizione sua e di Passera con i Moratti. È stato da lui Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley consigliando di non esagerare sul prezzo. Lui crede che lo faccia per invidia nei nostri confronti». In un documento, poi, trovato presso la J.P. Morgan, intitolato "Materiale di discussione", si spiega la scelta di affiancare un aumento di capitale, non necessario, alla vendita di titoli da parte della famiglia. Se così non fosse, «verrebbe evidenziata una scarsa propensione a investire e si darebbe l'idea che la proprietà vuole solo fare cassa, prestando il fianco a critiche su altre iniziative (metti i soldi nell'Inter).
Come abbiamo detto, poco dopo il debutto in Borsa della SARAS il settore della raffinazione e del petrolio ha subito una forte flessione sui mercati finanziari. Federico Imbert si è sempre detto convinto che la causa del tonfo a piazza Affari della società vada cercata nell'andamento del mercato. Ha sempre respinto ipotesi di secondi fini nella scelta del prezzo della SARAS: del resto - è la sua linea- non è il banchiere a stabilirlo. Egli si limita a proporre un range, spesso consigliando una soluzione prudenziale. La decisione finale è sempre dei manager della società.
Che il settore abbia accusato una forte frenata nei mesi successivi allo sbarco in Borsa della SARAS, comunque, è confermato dai giornali di quel periodo: «Affondano i titoli petroliferi», titola «Il Sole 24 Ore» dell'8 settembre 2006. E ancora: «Seduta negativa per i titoli del comparto petrolifero.
In una giornata di vendite per tutto il listino di Piazza Affari, i ribassi del comparto sono stati alimentati dalla caduta del prezzo del petrolio, ai minimi degli ultimi cinque mesi, e dalle revisioni al ribasso delle case d'affari sui margini dell'attività di raffinazione». Non si può, però, non ricordare che il rischio volatilità del prezzo del petrolio era ben presente ai manager dell'azienda nei mesi antecedenti la quotazione.
Al di là dell'inchiesta giudiziaria, in ogni caso, il risultato dell'operazione si può sintetizzare anche in questo modo: la famiglia Moratti ha incassato 1,7 miliardi; le tre banche d'affari, inclusa J.P. Morgan, tra i 20 e 27 milioni ciascuna in termini di commissioni; i risparmiatori ci hanno rimesso il 35 per cento del valore che avevano investito".
Il Corriere della Sera di ieri (15 luglio) rivela: "Sono Federico Imbert, responsabile della divisione italiana di JP Morgan, il suo braccio destro Simone Rondelli (poi messosi in proprio) e Galeazzo Pecori Giraldi di Morgan Stanley, i banchieri più in vista indagati dalla procura di Milano" nella vicenda Saras.
2 - FUSIONE UNICREDIT-CAPITALIA: IL RISPARMIATORE PERDE IL 70 PER CENTO DEL VALORE INVESTITO...
"La regia della fusione tra Unicredit e Capitalia è il colpo più grosso messo a segno dal banker dopo la sua uscita da Goldman. Il suo compenso per quell'operazione è stato di circa 6 milioni di euro. La fusione va in porto nella primavera del 2007, l'ultima del governo Prodi. [...].
Che cosa porta Costamagna sul cammino di Geronzi e Profumo? Racconta il banchiere di Goldman: «Geronzi non poteva avvalersi di Arpe, tra i due non c'era più rapporto. Quando il presidente e Profumo hanno cominciato formalmente a negoziare, avevo già impostato buona parte del lavoro sulle dinamiche della fusione. Profumo ha detto chiaramente che con Arpe non voleva avere a chefare e che comunque non sapeva che ruolo dargli dopo l'aggregazione.
Geronzi non aveva voluto affidarsi a una banca d'affari per ragioni di riservatezza, così ha scelto me. Il mio rapporto con Profumo ha aiutato: Geronzi sapeva che ero suo amico e che questo poteva facilitare le cose. Conoscevo molto bene le strutture di Unicredit, per cui quando è stato chiaro che c'era la volontà di fare l'operazione, l'abbiamo chiusa in tre settimane».
La banca milanese (assistita da Andrea Orcel di Merrill Lynch) acquista Capitalia attraverso uno scambio azionario: il con cambio valorizza i titoli del gruppo romano a 7 euro. I soci che aderiscono allo scambio, e poi vendono nel giro di poco tempo le azioni Unicredit ricevute, fanno un affare: come la famiglia Angelucci, che a settembre 2007 ha ceduto 61 milioni di titoli Unicredit, incassando 450 milioni e portando a casa una plusvalenza di 300 milioni.
Chi invece decide di credere nelle future prospettive di crescita del conglomerato Unicredit-Capitalia deve presto ricredersi: prima dell'annuncio della fusione, Unicredit vale 7,6 euro. A gennaio 2008, a integrazione completata, il titolo scende a 6 euro: la flessione è lenta e progressiva. Le azioni raggiungono quota 3,6 euro ad agosto 2008, prima dell'inizio della crisi innescata dal fallimento di Lehman. A dicembre 2008 sono arrivate a 1,6 euro".
3 - MAGNONI (EX LEHMAN) E IL CONFLITTO DI INTERESSI CHE NON C'E'...
"Qui vale la pena aprire una parentesi sul problema del conflitto di interessi: Magnoni ha investito personalmente in una moltitudine di società (di cui parleremo anche più avanti), alcune operanti in settori della finanza con cui la stessa Lehman ha fatto affari. Ciò nonostante, il banchiere ritiene che tutte le sue attività siano state fatte alla luce del sole e ha fornito ai suoi collaboratori, a supporto della sua posizione, un'inedita spiegazione.
Nel 2002 un giro di vite è stato imposto nella disciplina che riguarda le aziende americane dal Sarbanes-Oxley Act, una legge varata dopo il fallimento del gruppo ENRON. Tra i tanti elementi disciplinati da questa norma, c'è la regolazione dei conflitti di interesse, che possono comunque sussistere ma che devono essere dichiarati. Magnoni allora ha deciso di rivedere la sua posizione con Lehman, una scelta che sostiene di aver negoziato direttamente con l'amministratore delegato uscente, Dick Fuld.
Il banchiere italiano ha acconsentito ad abbandonare gli incarichi nei comitati esecutivi dell'istituto, ovvero negli organismi deputati a decidere con quali società fare affari o eventualmente quali finanziamenti concedere (ma ha mantenuto, fino al-l'ammissione della banca al Chapter 11, il posto in consiglio di amministrazione). Tutte le operazioni effettuate dalla banca in oltre quindici anni con le società della famiglia Magnoni sono state fatte - questa è la tesi - a condizioni di mercato.
Inoltre alla Lehman è stata man mano fornita tutta la documentazione relativa alle aziende di cui il banchiere è azionista o consigliere. In questa lista c'è anche la Likipi6, una società fondata nel 1999, lo stesso anno dell'OPA Telecom, e che di fatto è una specie di cassaforte della famiglia Magnoni.
Il banchiere compila la sua dichiarazione dei redditi e paga le tasse in Italia, ma soltanto per la componente di reddito dipendente che percepisce come dipendente di Lehman prima e di Nomura adesso. Tutto il resto, ovvero dividendi e plusvalenze realizzate sulle aziende partecipate, finisce in Lussemburgo nella Likipi: è una società di partecipazione finanziaria (soparfi) soggetta alla legge fiscale comune lussemburghese che appare
regolarmente nella documentazione della CONSOB come strumento controllato dal banchiere".
Paolo Colonnello per "La Stampa"
«Incontrai il governatore nell'autunno del 2004 per la questione Antonveneta e mi disse che c'era un'altra soluzione rispetto a Abn Amro». Al processo per la scalata occulta di Antonveneta dei «furbetti del quartierino», sfilano, come testimoni, i personaggi eccellenti della finanza: dal presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, a quello di Mediolanum, Ennio Doris, fino al re delle autostrade, Gilberto Benetton.
Il punto, per il tribunale, è capire quanto Antonio Fazio, l'ex governatore di Bankitalia, fosse a conoscenza dei progetti di scalata occulta dell'ex enfant prodige della Popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani.
Quel "Gianpy" tanto introdotto nella famiglia Fazio da essere omaggiato di una telefonata notturna, prima dell'apertura dei mercati, dallo stesso governatore che gli annunciava il via libera all'Opa su Antoneventa che lo avrebbe portato a trasformare la Popolare di Lodi nella più grande banca del Nord. «Tonino ti bacio in fronte», rispose Gianpy. E allora, quanto sapeva Fazio dei progetti di Fiorani? Tanto secondo l'accusa.
Un po' meno, secondo gli uomini potenti «del sistema» sfilati ieri a palazzo di giustizia. O meglio: «tutti sapevano tutto di tutti», specifica Geronzi, perché la scalata di Antonveneta rappresentava «un oggetto del desiderio» che faceva gola a tanti. Ma il potentissimo Geronzi, così come Doris e Benetton, ieri hanno voluto lasciare un certo margine di ambiguità sul coinvolgimento di Fazio nei progetti occulti di Fiorani.
Domanda il pm Gaetano Ruta: «Gli disse Fazio quale era la soluzione alternativa agli olandesi?». «Non disse altro», risponde Geronzi. Ricorda: «Era nota l'intenzione della Popolare di Lodi di fare un'operazione che permettesse d'insediarsi in un territorio ricco come quello del Nord-Est».
Geronzi, che all'epoca era presidente di Capitalia, partecipata dagli olandesi di Abn Amro in corsa per Antonveneta, ha quindi revocato il suo atteggiamento: «Ho cercato di stare in disparte. Mai mi sarei permesso di dire al governatore di fare o non fare. In quel periodo storico si riteneva che dopo un grosso periodo di ristrutturazioni, dal 1993 in poi, Bankitalia immaginasse un periodo di riflessione».
Il governatore appariva come una Sfinge: non parlava ma annuiva, non diceva ma faceva intendere. Almeno così lo ricorda Doris di Mediolanum che con l'inquilino di Palazzo Koch ebbe due incontri nel dicembre 2004: «Al secondo di questi incontri - rammenta - vidi il governatore e Frasca (capo degli ispettori, ndr) insieme a Benetton. Si arrivò a parlare di Antonveneta e io gli espressi la mia preferenza per la soluzione italiana. Fazio non prese posizione apertamente, ma annuiva a ciò che dicevo.
Tanto che appena usciti, io e Benetton ebbimo l'impressione dai suoi atteggiamenti, sorrisi e gesti, che avesse un orientamento più favorevole all'italianità della banca». Conferma anche Benetton: «il messaggio del governatore era uno, quello dell'italianità. Ovvero che banca Antonveneta restasse italiana e rimanesse in una certa maniera».
guerra di banche
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da dagospia
BENESSIA-BAZOLI-GUZZETTI: UN PATTO A TRE CHE SMANIA DI UCCELLARE CORRADO PASSERA - SAREBBE L'EFFETTO DELLA BOCCIATURA DELL'ANTITRUST DEL PATTO AGRICOLE-INTESA - I 'SANPAOLINI' DI BENESSIA MIRANO A CACCIARE SALZA E PASSERA E TORNARE AL POTERE - ECCO TUTTI I MOTIVI DELL'"INSOFFERENZA" DA PARTE DEL TRIO VERSO IL VERTICE DI INTESA
Su ogni giornale abbiamo letto della bocciatura da parte dell'AntiTrust di Catricalà del patto Agricole-Intesa, anche in versione "soft". ("...creare un legame sul 10,8% di Intesa Sanpaolo è contrario a quanto era stato a suo tempo concordato con l´Authority ai tempi della fusione Banca Intesa-Sanpaolo. In quell´occasione, il Crédit Agricole si era impegnato a scendere, in varie tappe, fino al 2%. E invece tuttora è a quota 5,8% (dovrebbe essere già al 5%) ed entro la fine dell´anno dovrebbe scendere al 2%. Fuori dal rispetto dei tetti assegnati par di capire che ci siano poche possibilità di trovare udienza dalle parti dell´Antitrust.
A meno che la banca francese non faccia quello che è già avvenuto in situazioni di mercato avverso: chiedere una proroga all´obbligo di vendere e nel frattempo non esercitare i diritti patrimoniali, a partire dal voto. Proprio l´opposto, insomma, di quanto si prefigge il Crédit, che grazie al Patto (o Accordo) punta a considerare stabile e strategica, invece che finanziaria, la partecipazione in Intesa. E, di conseguenza, a non svalutarla in bilancio" (Vittoria Puledda per "la Repubblica")
Ma nessuno ha pensato di commentare quali potrebbero essere gli effetti se la banca francese guidata da Caron mettesse in vendita il suo pacchetto. Infatti il gruppo Intesa-San Paolo diventerebbe "contendibile". E un nuovo meccanismo di potere potrebbe mettersi in moto in maniera definitiva.
Si sa che le Fondazioni guidate da Giuseppe Guzzetti (grandi azionisti) si son ben rotti con il dominio del supermanager megagalattico Corradino Passera e vogliono approfittare del niet dell'AntiTrust all'Agricole per rimescolare le carte della governance. E il loro principale alleato nella bisogna è il potentissimo Angelo Benessia.
Il presidente della Fondazione San Paolo (primo azionista col 10 per cento) da tempo smania di liquidare il massiccio concittadino Enrico Salza, accusandolo di essere venduto ai milanesi di Banca Intesa per ottenere in cambio la poltrona di presidente del Consiglio di Gestione (vige il sistema duale). Di fatto, il ruolo del San Paolo si è quasi del tutto annullato perché Salza si guarda bene di rompere i cojoni all'amministratore delegato Passera.
E Benessia (che all'epoca era nomignolato "Bene-Fiat") mira appunto a prendere la carica dell'accidioso Salza. In cambio i cattolici Bazoli (che non ha più a cuore il virgulto Passera, sempre più legato alle trame politiche di Montezemolo) e Guzzetti potrebbero avere l'appoggio di Benessia per ridisegnare il vertice di Intesa.
La ragione della "disistima" di Benessia verso Salza è di aver liquidato il San Paolo e i torinesi vogliono contare di più di Milano, ma qual è il motivo dell'insofferenza delle Fondazioni delle casse di risparmio rappresentate da Guzzetti - che si prenderebbero il pacchetto azionario di Agricole - verso Corradino nostro?
Semplice occupazione di potere. Nei punti nevralgici di Intesa-San Paolo troviamo solo uomini di Passera: ad esempio, Francesco Micheli, già alla gestione del personale, ora direttore generale, mal sopportato da Bazoli per i suoi modi rudi e poco concilianti, preso da Passera alle Poste come personale tagliatore di teste.
A seguire troviamo Mario Ciaccia, ex brillante burocrate di Stato, a capo del settore Infrastrutture, e l'ex ristrutturatore aziendale Gaetano Micciché, potentissimo responsabile della divisione Corporate (grandi clienti), forse perché proviene dal gruppo del finanziere Salvatore Mancuso. Tutta gente che ha tolto il potere ai torinesi. E ora tira aria di vendetta, tremenda vendetta: per il trio Benessia-Bazoli-Guzzetti è giunta l'ora di ridimensionare questi manager acchiappatutto e arroganti alla Passera e Profumo.
E' una partita molto complessa: chissà se Passera sarà costretto auscire dalla sua gabbietta dorata...
leggendo qua e là ...

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Congresso del PD, discussione sulla linea politica
Bersani: Addo' ite?
Franceschini : Ahh.. così.. sanza meta..
Bersani: Venimo?
Franceschini: No, no.. ite anco voi sanza meta, ma de un'altra parte...

mail storming

Ben Collingsworth e Ronaldo Menezes, due ricercatori del Florida Institute of Technology di Melbourne, hanno analizzato i flussi di email nella rete aziendale della Enron nei mesi precedenti il "botto" dell'azienda USA.
Lo studio ha portato a scoprire che le "cricche" di mail (o meglio i circoli chiusi di dipendenti che si scambiavano mail sulla situazione aziendale, sul siluramento di questo o quel dirigente,sull'andamento del titolo) passarono da 100 ad 800 nell'immediatezza del fallimento dell'azienda.
Oggi, parlando a pranzo con un amico che lavora per un'azienda colpita dalla attuale crisi, ho saputo che oltre il 70% dei dipendenti della stessa, ha nel proprio biglietto da visita la parola manager che segue un improbabile gerundio in -ing: hanno una traveling manager (che sarebbe una ex segretaria che organizza le trasferte), una building manager, cioè una ex telefonista che si occupa di chiamare la donna delle pulizie quando è ora di cambiare i filtri del condizionatore o svuotare i cestini, il supporting manager, che ascolta le lamentele aziendali, lo skyng manager, specializzato in sintonie satellitari per la TV domestica del Capo de Capiis, il whoring manager ...
... Se invece ci fosse un semplice impiegato di concetto che, magari scambiando due chiacchiere davanti alla macchinetta del caffè, si preoccupasse di ASCOLTARE quello che succede nell'azienda che lo paga ... si potrebbe scoprire che la crisi di carta cesserà quando i manager di carta spariranno ...
Da dagospia:
Lettera 7Parmalat e FIAT

- Ecco il nostro caro Pinocchio! - gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo. - Come mai sei qui?
- Come mai sei qui? - ripeté il Gatto.
- È una storia lunga, - disse il burattino, - e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo nell'osteria, ho trovato gli assassini per la strada...
- Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano?
- Mi volevano rubare le monete d'oro.
- Infami!... - disse la Volpe.
- Infamissimi! - ripeté il Gatto.
- Ma io cominciai a scappare, - continuò a dire il burattino, - e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia.
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?...
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:
- Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò. Allora la Volpe disse subito:
- Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un cuore di Cesare?... Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli orecchi:
- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!...
- E ora che cosa fai in questi luoghi? - domandò la Volpe al burattino.
- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
- E le tue monete d'oro?
- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero Rosso.
- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dài retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?
- Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
- Un altro giorno sarà tardi, - disse la Volpe.
- Perché?
- Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là non sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
- Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli?
- Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là: semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
- Andiamo pure: io vengo con voi.
E partirono.
sulla cassa del morto ...

Non esiste sistema più potente e sicuro per distruggere alle fondamenta una società che destabilizzarne la moneta. Nel corso di questo processo tutte le forze nascoste della legge economica vengono attivate in senso distruttivo e in un modo che neppure una persona su un milione è in grado di diagnosticare.
John Maynard Keynes
Tagliato il traguardo dei 100 giorni, l'amministrazione Obama raccoglie i fiori e l'incenso diffusi dai suoi sostenitori. Poche le voci fuori dal coro.
Non volendo passare per gufo a tutti i costi, ma nemmeno per allineato per definizione, mi limito ad osservare che: l'amministrazione Obama ha immesso - in buona compagnia con il Governo britannico ed altri, una quantità incredibile di moneta sul mercato a fronte dell'incasso di pacchetti di titoli (azionari od obbligazionari) dal valore prossimo a zero. Da questa scelta si è dissociato il governo tedesco, forse memore di una inflazione - 1914/'24 - che aveva portato a sovrastampare i francobolli fino a valori di miliardi di marchi ...

Inoltre le aziende - soprattutto nel settore finanza - sono tuttora condotte da chi le ha trascinate in fondo al baratro, senza che si sia corretto in alcun modo l'insieme delle regole prudenziali che non hanno funzionato.
Ultimo, ma non per importanza, i titoli derivati che - usati contronatura hanno amplificato con una leva virtuale i guasti reali del mercato - non sono stati ricondotti sotto il controllo di un'autorità internazionale e di un'unica borsa valori.
I rischi di un'inflazione a due cifre nel medio periodo restano altissimi.